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venerdì 6 settembre 2013

VELENI E TERRITORIO: TUTTI SANNO, MA NESSUNO VUOLE TROVARLI!








Una frase ricorrente da
almeno quindici anni
indica nella discarica
di Borgo Montello il luogo
dove «entra» o «è entrato» di
tutto. L’ultima volta è stata
pronunciata dal sostituto
procuratore Giuseppe Miliano nella requisitoria del processo Ego Eco appena un
mese e mezzo fa. La prima
volta, invece, l’aveva detto
ormai diciassette anni fa il
collaboratore di giustizia
Carmine Schiavone, l’ex
boss dei casalesi, cugino del
più noto Francesco-Sandokan, che in queste settimane
in interviste rilasciate a Sky,
Il Fatto on line e Lazio Tv, sta
confermando quella «certa
idea della provincia di Latina» in base alla quale la
camorra con la sicura complicità di pezzi di politica e di
burocrazia interrava rifiuti
tossici un po’ ovunque, compresi i siti in coltivazione a
Borgo Montello. Ossia quelle parti della super discarica
da 50 ettari che oggi risultano chiuse ma dentro le quali
quasi certamente sono finiti
anche rifiuti speciali, oltre
che urbani, e non è solo
Carmine Schiavone a darne
contezza con le sue dichiarazioni ormai rese pubbliche
dalla televisione mentre la
DDA e la commissione parlamentare d’inchiesta si ostinano a tenerle secretate. In
realtà, che nella discarica autorizzata alla periferia nord
di Latina non ci sono solo
rifiuti solidi urbani è un dato
provato da documenti, relazioni e foto. Tutti, peraltro,
contenuti in fascicoli che oggi risultano «dispersi» dalla
Procura di Latina. Atti che
sarebbero andati perduti durante il trasferimento dalla
vecchia alla nuova sede, un
trasloco avvenuto più di dieci anni fa. Eppure tracce di
ciò che avveniva a Montello,
del traffico illecito di rifiuti e
dei controlli scarsissimi, esistono tuttora. Stanno (se non
sono andate perdute pure lì)
negli archivi del Settore Ambiente dell'Amministrazione
provinciale, l'ufficio da cui
necessariamente passavano
le relazioni sui controlli fatti
nella discarica, compresi
quelli del periodo della fine
degli anni 80 e inizio dei 90.
Sicuramente la Provincia di
Latina custodisce da qualche
parte la prova che un sito di
rifiuti speciali e industriali a
Montello è stato autorizzato
dalla Regione Lazio pur con
il parere negativo dell’ente di
via Costa. Si tratta dell’area
di stoccaggio chiamata
«2b». Alla fine degli anni 80
i gestori dell’epoca di quella
parte della discarica, ossia la
Guastella Impianti, chiesero
e ottennero dalla Regione
l’autorizzazione per un sito
di stoccaggio di rifiuti tossici
e nocivi. Fu quello il via
libera per far entrare «di tutto» a Montello con la scusa
che sarebbe stato solo un
deposito temporaneo, in attesa cioè di trovare una discarica vera e propria dove
portare gli stessi materiali
per lo smaltimento. In realtà
cinque anni più tardi, quando
nella gestione subentra la
Ecotecna, su quello stesso
sito viene presentata una domanda di trasformazione in
discarica. La Provincia si oppone. Ma la Regione, invece,
avalla sulla base dell’emer -
genza rifiuti allora in essere.
Era il 15 novembre del 1994
ed era già passato tanto tempo dall’unica verifica di ordine penale effettuata dagli organi giudiziari su quell’area.
Parte dei reati già accertati
sul sito ex 2b erano andati in
prescrizione e ciò consente
ad Ecotecna di iniziare a coltivare sul sarcofago dei rifiuti
tossici e nocivi una discarica
«normale» di materiale cosiddetto inorganico. Dunque
il sito di stoccaggio di rifiuti
tossici, il cui vero contenuto
nessuno ha mai controllato, è
diventato una discarica legale. Si può dire, con il senno
del poi e sulla base di quanto
sta emergendo adesso, che la
vera bomba ecologica ha
avuto il nulla osta dell’unico
organo istituzionale che aveva il compito di impedirlo: la
Regione Lazio. Il «sarcofago» della ex 2b non è stato
mai scoperchiato eppure la
sua coltivazione coincide
con gli anni di cui parla il
pentito Carmine Schiavone;
negli stessi anni erano aperti
i siti S1 ed S2; ciò nonostante
non è lì che l’Arpa ha indicato la presenza di metalli (fusti probabilmente) bensì nella vecchia S0 dove tuttora
sono in corso le ricerche. Le
modalità per niente usuali
con le quali è stata consentita
l’apertura di una discarica di
rifiuti tossici e la sua mancata bonifica non fanno che
suffragare ciò che dice il collaboratore Carmine Schiavone e ciò che hanno sempre
ipotizzato gli abitanti di
Montello e gli ambientalisti.
I quali non avevano dati né
prove per via della decisione
di secretare le dichiarazioni
del pentito. Oggi che lo scenario è cambiato e le informazioni sono a portata di
mano manca, in fondo, un
solo tassello: scavare dove
tutti sanno che esistono i
veleni veri.
DA LATINA OGGI DEL 4.9.13


C
armine Schiavone, il
boss del clan dei Casalesi che vent’anni fa decise di collaborare con la giustizia, torna a parlare della
questione dei rifiuti tossici interrati in provincia di Latina, e
lo fa stavolta attraverso i microfoni dell’emittente pontina
Lazio Tv. Cinque minuti di
dichiarazioni, nei quali si parla
soltanto dei rapporti che la camorra intratteneva sul territorio pontino. Ecco cosa ha detto
ieri Carmine Schiavone intervistato da Patrizia Polidori.
«A Latina avevamo i nostri
interessi già dagli anni ‘80,
perché nel Lazio eravamo già
presenti con la mafia di Pippo
Calò e con la camorra dei
Bardellino e dei Nuvoletta.
Poi entrammo direttamente
anche noi Schiavone. A Latina
gestivamo attività, come la
Scania dei fratelli Diana, e
avevamo i nostri capozona, il
primo fu un mio nipote, Zara,
poi morto in un incidente
d’auto. A Fondi avevamo i
Tripodo, con cui eravamo entrati in contatto dopo aver vendicato il padre don Mico Tripodo: fummo noi a uccidere
chi lo aveva ucciso. Questi
capozona avevano anche il nostro mandato per intrattenere
rapporti con i politici del territorio, e ne avevamo, perché
questo era il nostro modo di
agire. Quando decidemmo di
avviare attività nostre, comprammo dei terreni a Borgo
Montello e per sottrarci alla
legge Rognoni-La Torre sul
sequestro dei beni, intestammo tutto a un prestanome, mio
nipote Antonio Schiavone,
che non era parente di Sandokan, e affidammo la gestione
delle aziende a Michele Coppola, che mi pare si trovi ancora in zona. Volevamo produrre
vini doc, ma a ridosso delle
nostre aziende c’era una discarica e quello era il periodo in
cui si facevano soldi col traffico dei rifiuti tossici. Era la fine
degli anni ‘80. Se ne occupava
un uomo dei Bardellino, Salzillo detto Capacchione, che
convogliava a Borgo Montello
i rifiuti che le aziende chimiche ci affidavano per lo smaltimento. Ci pagavano molto
bene. Ora ho letto sui giornali
che a Latina hanno fatto degli
scavi per cercare quei rifiuti,
ma hanno scavato da un’altra
parte, non quella dove sotterravamo i bidoni, quelli sono
nei terreni delle nostre aziende, sempre a ridosso delle discariche, ma da un’altra parte.
Dopo aver raccontato tutto alla
Dda e alla Commissione parlamentare sulle ecomafie, feci
anche diversi sopralluoghi in
elicottero insieme a investigatori importanti, e indicai i luoghi esatti dove interravamo i
rifiuti chimici. I magistrati volevano che fossero scavati e
recuperati, ma la Dia non voleva che quei fusti saltassero
fuori. Ho fornito anche i documenti sulla provenienza dei
rifiuti, i nomi delle aziende e
perfino le targhe dei camion
che li trasportavano, ma non è
successo niente. E hanno secretato tutti i verbali con le mie
dichiarazioni rese alle Commissioni parlamentari. Vogliono che la gente muoia in
silenzio».

DA LATINA OGGI DEL 4.9.13

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